Luciano De Majo

Ve lo raccontiamo noi, gente del remo

Livorno. Via della Madonna, 19 giugno 2010. E’ quasi l’una di notte. Luciano De Majo raggiunge uno dei tavoli apparecchiati in mezzo alla strada sventolando la prima pagina dell’inserto speciale del Tirreno dedicato alle gare remiere. «Non sarete mica stanchi. Eccola, tiratevi su, vai…». Luciano lo faceva ogni anno. «Appena finita la gara – raccontavano gli organizzatori della Coppa Barontini – correva a scrivere e poi tornava con la prima pagina e la locandina. Chiunque avesse vinto. Ormai era una tradizione, una specie di rito. Metteva la pagina sul tavolo, mangiava e si rimetteva a borbottare: quel capovoga, quel timoniere, la corrente, vedrete che al Palio…».

I flash di cantinieri, vogatori e dirigenti raccontano Luciano – il “nostro” Luciano, il “loro” Luciano – attraverso la passione del mondo del remo condivisa con il nostro collega scomparso troppo presto, a 40 anni, in un febbraio di due anni fa. «Non è facile parlare oggi di lui – scrive Mauro Nocchi, storica figura della sinistra livornese e altrettanto storica voce della Barontini – perché il dolore mi assale ancora. Era un grande amante dello sport pulito, che sapeva raccontare come pochi. Amava le nostre gare remiere e in particolare la Barontini, che contribuiva a organizzare e della quale aveva scritto la storia dei primi 40 anni».

Poi aggiunge: «Con lui andavamo sul sicuro. Date, nomi, età degli equipaggi, episodi da noi dimenticati, tempi delle singole gare: li ricordava tutti con una precisione sorprendente». «Cinque anni fa – racconta Nocchi insieme a un altro storico della Barontini, Gino Corradi – ci fu un problema con i cronometristi. In pratica fecero sciopero: alla Risi’atori litigarono, dissero di essere stati trattati male e si rifiutarono di cronometrare le gare successive. La Ris’iatori, per chi non lo sapesse, è praticamente la prima gara dell’anno, quindi fate un po’ il conto voi… Come ne siamo usciti? Luciano in 24 ore mise su un gruppo di cronometristi improvvisati. Parecchio improvvisati. A qualcuno – ironizza – dovemmo spiegare anche come mettere il dito sul pippolo… Fecero tutto a mano: Luciano glielo spiegò senza tanti giri di parole, ai dirigenti e ai vogatori delle sezioni nautiche, di non lamentarsi troppo se ogni tanto saltava qualche mezzo secondo. O bere o affogare. Risultato: grazie a lui quella gara si fece lo stesso.

Luciano era un “borghigiano doc.” ma vicinissimo alla Barontini. Che di casa sta in Venezia. Così, ecco, nel mondo degli sfottò in salsa labronica, non si sono mai sprecati i botta e risposta, con lo storico presidente (oggi onorario) del Borgo Cappuccini e della Risi’atori, Paolo Cantini. Il suocero era del comitato organizzatore della Barontini, dice Cantini, prima di tirare fuori il sorriso affettuoso e il suo inconfondibile luccichio furbo negli occhi: «Qualche discussione sui regolamenti l’abbiamo fatta, perché Luciano era per stare alle regole mentre noi, diciamo la verità, siamo sempre stati per fare un po’ di così… per tirare l’acqua al nostro mulino».

«Quando si iniziò a fare la Risi’atori – ricostruisce il leader del Borgo – il su’ babbo era in circoscrizione con noi. Era uno di quelli che la mattina all’alba si alzavano per andare ad allestire il campo di regata. All’inizio si facevano i primi 500 metri, partendo dalla Meloria, con le corsie – Era un lavoro ricorda Cantini: tre o quattro barche partivano prestissimo, gli uomini arrivavano allo start e sistemavano tutte le boe, corsia per corsia. Luciano lo raccontava ogni volta che ci mettevamo a tavola prima della Risi’atori. Altra tradizione in casa bianconera. Gli piaceva raccontare di quando le gare remiere erano la sfida della città e c’era un mare di volontari pronti a dare una mano».

La firma di Luciano è stata sotto gli occhi di tanti appassionati, per anni. Ma forse in pochi sanno che tra una cantina e l’altra, tra una barca e l’altra, capitava di sentirlo chiamare con un altro nome. «Luciano – racconta il giornalista Gianni Picchi, voce della Risi’atori e volto del vernacolo livornese – ha iniziato a scrivere su “Az sport” quando ero caporedattore. Scriveva di calcio, settore giovanile. Aveva una bella pancetta. Un giorno mi venne a consegnare un pezzo con i pantaloncini e una maglietta un po’ troppo corta. Glielo feci notare e lui rispose tirandosela su e improvvisando una specie di danza del ventre. “Alla grazia di odalisca”, dissi io. Naturalmente Oda di nome e lisca di ‘ognome. Da quel giorno rimase Olda Lisca per tutti. Anche nel mondo del Palio. Lui ci faceva tante di quelle risate. Era ironico, sapeva scherzare su sé prima ancora che sugli altri. Mi piace ricordarlo così. Luciano era anche questo. Il “nostro” Luciano”.

Tratto dal “Tirreno” del 18 febbraio 2013. Articolo di Juna Goti

 

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