Gino "Falanga" De Martino

Gino De Martino tutti lo conoscono come “Falanga“, ma ritengono che quello di Gino De Martino sia solo un soprannome. Invece quella che è l’anima del Palio da quasi 50 anni, di cognome dovrebbe chiamarsi proprio Falanga visto che è nato il 18 Novembre 1932 in una cabina dei Bagni Scoglio della Regina, da Procolo Falanga e da Amelia Finucci De Martino, la seconda delle sue cinque compagne della vita. «Sarà anche per questo che mi sono sentito subito un borghigiano. Comunque è proprio così! A mio padre, che era arrivato a Livorno da Pozzuoli durante una campagna di pesca, piacevano le donne e se una gli garbava davvero non ci pensava due volte a tentare di conquistarla. E un’altra donna fu quasi causa della sua rovina visto che, non avendo ottenuto il suo aiuto per far espatriare in Corsica il marito, lo denunciò alla polizia fascista. Mio padre allora, su richiesta del Partito Comunista, portava gli esuli (fra loro vi fu anche Vasco Iacoponi), a forza di remi, in Francia. Dopo quel no, quando erano già nel Canale di Piombino si vide arrivare addosso un idrovolante Savoia Marchetti, ma riuscì a nascondere il suo carico umano infilandolo sotto le reti da pesca. Al ritorno però, una volta arrivato a Rosignano, dove si voleva fermare per mangiare, fu circondato dall’OVRA per terra e per mare e, insieme allo zio Vincenzo Pirone e a Italo Baccigalupo, che formavano il suo equipaggio, finì ai Domenicani di Livorno. Prima dell’arresto fece appena a tempo a chiedere ai suoi compagni di tacere se non volevano finir male tutti».

«In prigione Baccigalupo e Pirone vennero duramente picchiati dal Corso, l’uomo che la polizia fascista utilizzava a Livorno per ammorbidire i detenuti. Pirone addirittura ci rimise tutti i denti tanto che poi fu costretto a mettersi la dentiera. Mio padre sapeva che sarebbe toccata anche a lui e così preparò alla “bell’e meglio” una specie di arma con un asse della panchetta in cui era infisso un chiodo. Alle due di notte lo squadrista arrivò e gli promise soldi e lavoro se avesse fatto i nomi di chi aveva trasportato in Corsica. Di fronte al rifiuto alzò una specie di gatto a nove code, ma mio padre fu lesto ad afferrarlo per un braccio e a minacciarlo con il bastone dicendo: – Da quì, vivo esce solo uno di noi −. Il Corso si tirò indietro, chiamò le guardie e se ne andò». Mio padre comunque, si fece diciotto mesi di galera senza processo».

Gino De Martino, portuale per vent’anni, ma anche provetto pescatore e venditore di pesce nostrano nel negozio di Via malta, inizia ad appassionarsi al Palio sin da bimbetto quando la barca bianconera era condotta dal mitico Agide Carnevali. Ma è solo nel 1959, a 27 anni, che si mette ai remi della barca del suo rione. «Ne è passato davvero di tempo. Ricordo che la lotta, come spesso succedeva, era fra noi e il Venezia guidato da Marino Carnevali. Noi eravamo in corsia otto, quella più esterna e loro, vicino a noi, alla sette. Ci avevano dato filo da torcere fino alla boa, ma una volta usciti fu evidente che i Venezia non riusciva a reggere il nostro ritmo. Eravamo sicuri di vincere, ma nessuno di noi aveva pensato di tener d’occhio il Pontino, che gareggiava vicino a terra, non ricordo se alla boa uno o due. Insomma proprio sul palo d’arrivo la barca di Aldo Sardelli ci superò». Con De Martino quel giorno vogavano Romano Mattei, Pilade Mataresi, Aldo Fiorini, Orfeo Mattei, Mauro Busoni, Luciano Ciucci, Mauro Leonardini, Damiano Azzolini, Luciano Ciangherotti, Gino Prispoli, Damiano e Antonio Perullo, timoniere Remo Lunardi.

Dieci anni dopo, De Martino debutta come timoniere nel Mercato, ma arriva solo settimo nel Palio e quarto nella Barontini. Quattro anni ancora e lo troviamo al biagio del suo Borgo; siamo nel 1973 e a vincere il Palio è il Sorgenti. l bianconeri sono solo quinti e sesti nella Barontini. L’anno dopo va anche peggio. Borgo è sesto nel Palio e ottavo nella Barontini. Così De Martino viene lasciato a terra, ma si rifà alla grande, cinque anni dopo quando nel 1979, viene richiamato al timone della barca bianconera. Si aggiudica infatti la seconda edizione della Risi’atori insieme a Manlio Ageno, Roberto Lomi, Massimo Crovetti, Alessandro Ciari, Sirio Sostegni, Alessandro Mainardi, Maurizio Grassini, Fabrizio Mondolfi, Sergio Di Natale, Roberto Brosolo e Fabio Gambini davanti all’ Ardenza di Giorgio Sonetti e al Pontino di Alberto Disgraziati; poi con lo stesso equipaggio vince la Barontini davanti al Pontino e all’ Ardenza e arriva terzo nel Palio.

In realtà la vittoria nella Risi’atori era stata messa a rischio per via di un malore ad uno dei rematori. «Eravamo in testa e vedevo che Fabio Gambini non stava bene. Poco prima di doppiare il Molo Novo si accasciò sul sedile e lasciò il remo. L’ Ardenza che ci seguiva tentò di approfittarne e di tornar sotto, ma a dettare la rotta eravamo noi. Richiamai tutti i ragazzi allo sforzo finale e risposero magnificamente. lo non feci passare l’ Ardenza, ma loro diventarono dei veri leoni. All’arrivo Gambini venne portato in ospedale, ma era solo una congestione. Di paura però ce ne aveva fatta prendere tanta!».

Nel 1980 conquista finalmente la sua prima vittoria nel Palio (terzo nella Barontini mentre la Coppa Risi’atori è stata annullata). Con lui in barca ci sono Manlio Ageno, Piero Costanzo, Massimo Crovetti, Alessandro Ciari, Sirio Sostegni, Alessandro Mainardi, Sergio Di Natale, Roberto Brosolo, Fabrizio Mondolfi e Luciano Perullo. L’anno dopo è quarto nella Barontini, ma vince la Risicatori. Il suo equipaggio è composto da Piero Costanzo, Alessandro Mainardi, Massimo Crovetti, Sirio Sostegni, Fabio Gambini, Emiliano Simonetti, Antonio Perullo, Maurizio Grassini, Patrizio Fraschetti e Roberto Brosolo. «Ricordo che nella Risi’atori di quell’anno, una volta sicuro della vittoria, non sapevo come urlare la mia gioia. Non avevo nulla da sventolare e così tirai fuori dal sedile di poppa la bandiera rossa, quella che serviva per chiedere soccorso, e sventolai quella e tutti pensarono che a bordo ci fosse qualche problema. Ma era solo felicità!».

«Ma il 1981 fu anche l’anno di una delle più cocenti sconfitte. L’equipaggio era molto forte e il Palio era alla nostra portata. Al momento di andare in gara un nostro dirigente, nel corso di un’intervista rilasciata ad una Tv privata, disse che il Borgo non avrebbe avuto rivali. Paragonando il palio al menù di un ristorante, sostenne che noi eravamo la bistecca e tutti gli altri le patatine di contorno. Ma furono le patatine ad avere la meglio. A metà del rettilineo che riportava all’arrivo crollammo di schianto e il Venezia andò a vincere. Noi fummo solo terzi. Non vi dico cosa successe quella notte: le strade di Borgo Cappuccini vennero invase da auto e furgoncini di Veneziani che dai finestrini lanciavano qualcosa. Solo al mattino capimmo che il rione era stato vittima di una vera e propria pioggia di patatine fritte. Uno sfottò incredibile, ma organizzato con grande cura. Poi anche a noi dell’equipaggio il Venezia organizzò uno scherzo niente male. In quegli anni era la Coppa Barontini a chiudere il trittico e noi eravamo in allenamento lungo ii fossi. Giunti davanti alla Cantina di Ardenza ci accolsero con un enorme manifesto su cui giganteggiava una bistecca bianconera e una forchetta rossobianca che l’aveva catturata. Non potemmo fare a meno di fermarci e di applaudire».

Torna al timone del Borgo nel 1984, ma è una stagione deludente: terzo nella Risi’atori, quarto nella Barontini e quinto nel Palio. L’anno successivo è l’ultimo al timone del Borgo e Gino De Martino si toglie qualche sassolino dalla scarpa: si aggiudica la Risi’atori insieme a Piero Costanzo, Floriano Lonzi, Sirio Sostegni, Alessandro Mainardi, Alvaro Dovicchi, Riccardo Fraschetti, Riccardo Mataresi, Marino Suncini, Fabio Pittaluga, Fabrizio Mondolfi, Paolo Gioli, Luca Lauri e Elvio Melani, davanti ad un sorprendente Fabbricotti guidato da Andrea Del Maestro e al Venezia di Suardi, mentre è secondo nella Barontini e terzo nel Palio. Il 1986, per via di qualche parola di troppo sul come avesse affrontato una boa, vede il suo passaggio al timone di quell’Ovosodo che era stato il suo primo impegno di timoniere 17 anni prima.

Evidentemente la Risi’atori, in mare aperto, è la sua gara, perche se la aggiudica anche alla guida dei biancogialli. Per l’Ovosodo, che schiera ai remi Walter Bollati, Massimo Pessi, Marco Bulli, Marco Marconcini, Massimo Crovetti, Andrea Bacci, Alessandro Melosi, Alessandro Marconcini, Claudio Filippi e Franco Filippi, è la prima vittoria in assoluto in questa gara. Una vittoria che Falanga ottiene abbastanza nettamente superando il Venezia di Luigi Suardi e il suo Borgo che aveva al timone Antonio Perullo; poco prima dell’arrivo Gino estrae una bandiera biancogialla che agiterà fino al momento di tagliare il traguardo.

Nella Barontini, la gara a cronometro nei fossi, il Venezia si prende la rivincita lasciando a Falanga la seconda piazza davanti ad Antignano e la cosa si ripete nel Palio dove è però il Borgo ad arrivare terzo. IL 1987 è l’anno della sua consacrazione, ma anche l’ultimo in cui ottiene dei successi nei dieci. «Il Venezia aveva vinto la Risi’atori e noi la Barontini stabilendo anche il record della gara. Ci presentammo così al Palio, praticamente alla pari. Fra l’altro il Venezia ci aveva battuto, l’anno precedente, in una giornata dal mare impossibile per appena mezzo secondo, quindi la nostra voglia di rivincita era molto forte. Vincemmo la gara ma non fu così semplice come a dirlo. Ricordo infatti che eravamo in corsia due, un’ottima boa, con il Venezia all’esterno e il Borgo vicino a noi, alla tre. I bianconeri partirono alla grande e misero paura a tutti. AI primo giro di boa aveva più di un’imbarcazione di vantaggio su di noi. Il timoniere del Borgo però sbagliò clamorosamente la virata e, all’uscita delle boe, sia noi che Venezia avevamo recuperato tutto lo svantaggio. La gara ricominciò con tutte e tre le barche alla pari e riuscimmo a spuntarla per un soffio (rematori Massimo Pessi, Walter Bollati, Massimo Crovetti, Marco Bulli, Andrea Bacci, Vilmo Dovicchi, Alessandro Melosi, Alessandro Marconcini, Franco Filippi, Riccardo Trivelli, Claudio Filippi, Davide Salvadori, Marco Marconcini, Claudio Federzoni e Uliano Bardini) sul Venezia».

Dal 1988 al 1990 continua a vestire il giallo bianco e resta al timone del Camici. Nel 1988 ottiene due secondi posti (nella Risi’atori e nel Palio sempre dietro al Venezia di Mauro Brucioni), ma è solo quinto nella Barontini. L’anno successivo è forse il peggiore visto che è, sì secondo nella Barontini, dietro al Pontino di Luca Ondini, ma è solo quarto nel palio e quinto nella Risi’atori. Il ’90 è l’ultimo sui dieci: ottiene due ottimi secondi posti dietro al Pontino di Ondini nella Barontini e nella Risicatori, ma è solo quinto nel Palio e decide di lasciare.

Nel 1991 si accasa con il Fabbricotti e porta al successo I’equipaggio junior, composto da Paolo Rossi, Alessio Gambogi, Saverio Beconcini e Alessandro Ulivari, nella Coppa Lorenzini, nella Minirisicatori ed anche nel Minipalio. I rossoneri si erano aggiudicati anche la gara di Santa Giulia, ma con al timone Emiliano Cordano. Purtroppo le cose alla guida della barca maggiore, il quattro, non vanno altrettanto bene: nella Barontini e nella Risicatori il Fabbricotti è solo sesto e finisce quinto nel Palio. IL 1992 è il suo ultimo anno al timone perché poi si dedicherà totalmente all’allestimento dei campi di gara e alla conduzione della Cantina del Palio. Con i giovani rossoneri è settimo sia nella Lorenzini che nella Minirisicatori e sesto nel Palio; con le gozzette ottiene due terzi posti nelle prime due gare e un deludente quarto posto nel Palio.

Della sua opera di tecnico del mare preferiamo lasciar parlare un articolo comparso sul Tirreno il 21 luglio 2001: “II mare ha nuovamente spazzato via il campo di gara, ma le condizioni sembrano in miglioramento salvo l’arrivo di nuove raffiche di vento capaci di sconvolgere ogni progetto. La situazione rimane comunque problematica perché il libeccio continua a soffiare. Il Comitato organizzatore si è riunito nella cantina del Palio e, sentite le previsioni meteo ha preso la sua decisione scartando la mattinata come precedentemente deciso in quanto sarà necessario completare il campo di regata. Ondate di spuma bianca si schiantano con violenza sull’asfalto del viale Italia e Gino De Martino, incaricato di allestire il campo di regata, scuote mestamente la testa.

Poi rientriamo insieme nella cantina del Palio Marinaro, il suo covo trasformato in uno spettacolare museo del mare con grandi foto, una valanga di attrezzi antichi e, in un angolo dell’immensa cantina, l’ancora di una nave pisana del XIV secolo. Ormai del palio di domani non se ne parla nemmeno, afferma in una delle rare aperture alla sua barriera di mutismo, che lo caratterizza abitualmente, se sulla sera scade forse domenica mattina si potrà montare il campo di regata per correre nel pomeriggio. Ma nei suoi occhi c’è una vaga ombra di dubbio e quest’uomo è un esperto del vento e delle onde anche perche è nato quasi 70 anni fa in una cabina sullo Scoglio della Regina e il mare si è messo a correre nelle sue vene con il sangue.

Vincitore come timoniere di gozzo a dieci remi di due edizioni del Palio Marinaro, di cinque Risi’atori e di un paio di Barontini. Gino ha vissuto da pescatore, sulla leggendaria “Teresa“, una motobarca da pesca vetusta (che era stata di proprietà di suo padre e del marito di sua madre dopo il rientro di questi dagli Stati Uniti dove pare avesse condotto una vita davvero avventurosa), ma funzionante alla perfezione sulla quale molti anni fa insieme ad Otello Chelli e a Gino Corradi versò in mare le ceneri dello zio del Chelli trasportate clandestinamente dalla Francia per rispettare la volontà del vecchio portuale. Gino allestisce il campo di gara a bordo di una minuscola barchetta , la “Paperina” capace di cavalcare le onde quando ai remi c’è lui.

«Ricordo- racconta- un film visto ai Trotta, quand’ero ragazzo e riuscivo ad arrampicarmi sui muri. Nel salone gente elegante che ballava; gli uomini in smoking facevano la corte alle dame, cibi raffinati, vini d’annata e champagne mentre sottocoperta i macchinisti gettavano grandi palate di carbone nelle caldaie roventi. Spruzzi di vapore ardente, bruciature dappertutto e, nei grandi saloni, la vita dei ricchi. Ecco, mi sento così in questi giorni, mentre ballo sulle onde con la Paperina e non so se questa nuova fatica servirà a salvare il Palio. Mi sento come quei macchinisti». Se volete saperne di più di mare e di Palio andate a trovarlo sugli Scali Novi Lena, nella cantina di Palazzo Squilloni, dove nel 1992, tutte le attrezzature che si trovavano nella “palafitta”, davanti alla Fortezza Nuova, vennero trasferite. Il magazzino fra gli Scali delle Cantine e il Voltone venne infatti demolito per ripristinare l’area intorno alla costruzione cinquecentesca. Alla nuova cantina si accede scendendo l’ampio scalandrone che si apre difronte a Largo Fratelli Rosselli (già Piazza del Villano), accanto al Ponte Nuovo.

Gino De Martino a cui il Palio deve l’innovazione del doppio giro di boa, si è preso carico dell’impegno e ha riportato a nuovo l’ampio locale andando a riscoprire le vecchie strutture a mattoni rossi. Entrando in cantina è proprio la struttura che sorprende: grandi aule sostenute da tozzi pilastri sopra cui si ergono grandi volte a crociera e un ampio scivolo attrezzato per far scivolare nei fossi le imbarcazioni. Con un perfetto ordine, grazie alla pazienza di Gino e di suo figlio Riccardo (a sua volta rematore e timoniere nell’ambito delle gare remiere e attualmente Presidente della Commissione Tecnica del palio. Insieme al padre ha collaborato perchè la Gorgona potesse prendere parte al Palio all’inizio degli anni 90) sono conservati oggetti e attrezzature che ogni anno servono per allestire il campo di regata. I pavesi e le bandiere sono allineate nell’armadio di legno scuro donati dall’Accademia Navale; ancora si riescono a vedere incise le firme degli Allievi e dei Cadetti che lo avevano utilizzato in passato per riporre le divise e gli oggetti personali. Fanno bella mostra di se, con le loro spirali geometriche, i calamenti per gli ormeggi delle boe, tutte allineate proprio davanti alle boe spia, segnali per le corsie delle gare dei gozzi. Tra le grandi boe armate con le loro “barbette” autoaffondanti, invenzione proprio di Gino, penzolano dal soffitto e dalle pareti decine di ancorotti, moschettoni e bozzelli metallici.

Si può affermare che la cantina del Palio è un vero gioco di colori: sono quelli dei gagliardetti e delle bandiere dei rioni cittadini che fanno corona agli originali dei manifesti realizzati da artisti spesso famosi apposta per la gara. Ed il protagonista come ci dice Gino, è sicuramente il mare la cui presenza è resa evidente da tanti oggetti recuperati e portati a nuova vita. Oggetti che rimandano ad un passato di pesca e di fatica: dai tanti remi ai vecchi pozzolani per manovrare le barche da pesca, dai rezzagli ai coralli, dalle conchiglie agli attrezzi dei maestri d’ascia fino alle scenografiche dentature di pescecane e alle pelli di enormi murene. Negli anni la cantina è diventata un vero centro di raccolta per una serie di oggetti legati al passato e di cui la gente tende a sbarazzarsi. Nelle mani di Gino riprendono nuova vita e diventano testimonianze: il trabiccolo, il prete, le serrature, i mastelli per lavare i panni, le scale di corda ecc. Anche la storia e la memoria la fanno da padrone e ci riportano ad una Livorno marinara che non esiste più: dalle immagini di pescatori di ricci, a quelle degli arditi corallari, da palombari pronti a rischiare la vita, ai vecchi calafati che con i loro mazzuoli con cui battevano sul durissimo legno dei navicelli.

Non manca il tocco gentile, ovvero l’immagine dell’unico Palio femminile, che si tenne il 27 Agosto 1913, e vide alla partenza gli equipaggi “Acquaviva”, “Mosca”, “Gigante”,”Off”, “Butterfly” e “Siam piccine”. La gara, dopo eliminatorie, fu vinta dall’equipaggio del “Gigante” composto da; Francesca Senigallia al timone, Emilia Senigallia (sorella di Francesca), Valentina Fasani e dalle sorelle Ida e Lina Coen. Una parte della cantina infine è riservata ai ricordi di famiglia: un album in cui Gino è insieme alla moglie Pina in Via Grande negli anni ’50, che racconta l’impresa del nipote Loriano che a 46 anni sfidò le onde e la fatica, percorrendo in meno di sette ore i 36 chilometri che separano Livorno da Gorgona con una piccola barca a remi, la Giulia realizzata da Garfagnoli ad Antignano. Ma in cantina è nascosto anche un piccolo segreto: una polla sorgiva di acqua dolce strutturata a mo’ di fontana. Che sia l’antica e mitica fonte del Villano?

Articolo di Alberto Gavazzeni

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